Digestioni complicate

Anf.

Anf.

Anf.

L’incedere lento dei suoi passi risuonava per tutta la campagna. Oltre al suo ansimare – era arrivato di corsa, per quanti chilometri? – solo il frusciare degli alberi che ondeggiavano sotto le spire del vento. L’acqua ribolliva nel lago creando piccoli cerchi che andavano a spingersi sulla riva; e oltre.

Acqua.

Eccola.

L’aveva attesa da giorni, forse mesi – chi poteva dirlo – e ora uno specchio di liquido limpido e fresco era là, a pochi metri da lui. Si avvicinò appena, si guardava attorno spaventato. Sembrava averli seminati; e chi poi? Del villaggio non era rimasto più nessuno; un ammasso di pelle e sangue e membra accatastate e strappate. Quelle carni così secche e salate.

Acqua.

Giunse alla riva. Una piccola onda, spinta dalla brezza, sfiorò i suoi piedi nudi. Era fresca. Si inchinò e provò a prenderne un sorso con la mano. Era di nuovo lui. Vestiti strappati e sporchi e quelle mani ora attraversate dalla trasparenza urlavano sangue e paura. Tremavano appena; ma sapeva che in pochi minuti avrebbero smesso.

Il canto di un cuculo lo ridestò. Non era ancora sicuro, ma non avrebbe potuto correre ancora. Il suo corpo chiedeva riposo. Aveva mangiato a sufficienza stavolta, ma era da troppo tempo che non dormiva. Si voltò verso il bosco da cui era venuto.

Silenzio.

Vide il tronco di un albero steso a terra, cavo; era lì che avrebbe dormito. Tolse alcuni rami secchi e alcune foglie, che al suo tocco scricchiolarono risuonando in tutta la valle. Degli uccelli, spaventati, volarono via.

Si distese dentro la cavità e chiuse gli occhi, stremato.

***

“Guardate c’è un uomo là dentro”.

“Proviamo a svegliarlo”.

“Sembra morto.”

“Ma no, dorme soltanto.”

“È un barbone, guardate i vestiti. Che puzza.”

Il sole era appena sorto e l’aria si faceva più calda. Un timido raggio di sole gli feriva la faccia, ma era così piacevole che continuò a dormire. Alcune voci a poca distanza però lo misero in allerta. Cercavano lui, o erano solo dei cacciatori che passavano di lì per caso? Schiuse appena un occhio per inquadrare quegli esseri e vide che lo fissavano. Non riusciva a distinguere le loro parole, ma aveva capito che non erano semplici cacciatori.

Fuggire? Li avrebbe messi in allerta.

Fingersi morto? Si stavano avvicinando.

Due di loro imbracciavano delle balestre, non sembravano troppo esperti, ma in quelle condizioni una freccia lo avrebbe ucciso di sicuro.

Decise di fingere di essersi perso, dopo una giornata di escursioni. Senza zaino, senza attrezzatura.

Ne avrebbero notato l’assenza.

Li aveva persi; nel bosco. L’aveva posata accanto all’albero, ma qualcuno aveva preso tutta la sua roba.

Avrebbe improvvisato.

“Ehi, lei. Buongiorno. Tutto bene?”

Aprì prima un occhio, poi l’altro.

“È vivo.”

“Ma certo che è vivo, che ti avevo detto?”

“Che era morto.”

“Finitela voi due. Signore scusi se l’abbiamo disturbata. Siamo dei cacciatori e stiamo perlustrando il bosco alla ricerca di un… Ecco insomma. È un po’ difficile da spiegare. C’è stato un problema al villaggio, a pochi chilometri da qua.”

Eppure, gli era sembrato che avesse corso per migliaia di chilometri. Pochi. Pfiu.

“Insomma ci stavamo chiedendo se avesse visto un… un…”

“Dinosauro!”

“Ma che dici, dinosauro. Stupido.”

Gli esseri che aveva davanti assomigliavano ad alcuni di quelli che aveva visto al villaggio.  Non gli erano piaciuti: poca carne, troppo dura e troppe ossa. Erano davvero piccoli, più piccoli di lui, cioè dell’altro lui. Non erano come uomini normali, sembravano più che altro dei nani. Con quelle loro orecchie a punta e quei peli ruvidi.

Burp.

Ecco cosa gli era rimasto sullo stomaco. Quegli gnomi erano salvi.

“Insomma, signore. Per caso ha visto una bestia, poco più alta di noi, ma con dei canini enormi e gli occhi che uscivano fuori dalle orbite? “

Ingrati. Lo avevano descritto come un mostro.

“No, mi dispiace. Per fortuna non ho incontrato nessuna creat– ehm, ‘mostro’ da queste parti. Ho solo riposato in questo albero perché mi sono perso nel bosco. Stavo facendo un’escursione, ma poi la bussola si è rotta e il sole ormai era tramontato. Avevo anche l’attrezzatura; e lo zaino. Un orso. Sicuramente è stato un orso che me li ha portati via.”

“Ma qui non ci sono orsi, signore.”

Stupido, stupido, stupido.

“Ah, bene. Che fortuna. Nessun orso.”

“Gli orsi sarebbero meno pericolosi di quella bestiaccia. Ha distrutto l’intero villaggio. I nostri parenti e amici gnomi, i vicini elfi e anche qualche umano. Tutti morti. Non è riuscito a scappare nemmeno Zwerg[1], il gigante!

Era stato il primo, infatti.

“Che orrore. Sembra proprio che questa bestia, come la chiamate voi, abbia dei poteri davvero strabilianti. Insomma, non è da tutti uccidere un gigante. E come ha fatto, raccontatemi un po’, voi lo avete visto? È stato affascinante?”

“Affascinante? Che aggettivo inusuale per un essere che fa una strage. Comunque, sì, be’, se pensiamo che le persone che ha ucciso non sono tutte umane, possiamo definirlo affascinante.”

“Io l’ho trovato pauroso. Sono scappato giusto in tempo, per poco non mangiava pure me.”

“Mangiato? Ma quindi non ha ucciso i vostri amici, che ne so, con una zampata?”

“No, signore. Li ha sbranati. Un orrore.”

“Spettacolo!”

“Spettacolo?”

“Di orrore. Ovviamente. Uno spettacolo orripilante.”

Ancora una parola e lo avrebbero scoperto.

Intanto la giornata si era illuminata: un’enorme palla infuocata prometteva una calura sciroccale non indifferente, ideale per un’altra giornata di caccia. L’unico problema erano questi gnomi, che non avevano alcuna intenzione di andare via e lasciarlo in pace. Aveva bisogno di recuperare le energie e, inoltre, forse non mancava poi così tanto all’ora media.

“Dunque, questa bestia, se ha ucciso tutti al villaggio ormai sarà lontano. Perché lo cercate? Non avete paura?”.

L’unico modo per mandarli via era… improvvisare!

“Non crediamo sia andato troppo lontano, come detto le zampe non sono poi così lunghe. Sembra quasi un bassotto; ha presente quei cagnolini col busto lunghissimo e le zampe corte? Sono davvero buffi. Ricordo che una volta –.”

“Sì, sì, ho capito. Sono cani deliziosi, molto intelligenti e dolci. Non potete paragonarli a una bestia. Che poi bestia, magari era solo un cagnolino affamato.”

“Ma i suoi occhi… Ecco i suoi occhi erano di un colore strano e di una forma spaventosa. Parevano uscire dalle orbite! Ora che la guardo bene, signore, lei…”

Il sole stava scaldando sempre più ed era ormai giunta l’ora; gli occhi erano proprio i primi a cambiare: due palle da ping-pong con l’iride color viola. Poi sarebbe stata la volta dei denti: le zanne, come amava definirle, erano lunghe e affilate come quelle di un Baku; di color avorio, fuoriuscivano dalla gengiva sopra i canini. Poi sarebbe arrivato il turno del corpo: le sue fattezze umane si sarebbero rimpicciolite sino a diventare poco più grandi di quelle di un cane di mezza taglia. Insomma, un bassotto alto quanto un maremmano. Un po’ brutto da vedere. Il pelo era color crema, come il suo colore antropico.

La mutazione avveniva quando il sole alto scaldava troppo le sue umane carni, questo lo infastidiva parecchio, ed essendo poi quasi l’ora di pranzo… be’ si fa presto a fare i calcoli. L’unico inconveniente era che ormai, diventato uomo adulto, si lasciava prendere un po’ la mano, tanto da sterminare villaggi interi; proprio come quest’ultima volta.

Non aveva intenzione di fare del male a quegli gnomi, per il motivo spiegato prima, ma allo stesso tempo la sua natura gli imponeva di metter qualcosa sotto le zanne. Del resto, non aveva nemmeno fatto la sua colazione quotidiana: gaufre con marmellata di arance e un caldo caffè americano. Perfetta.

“Signore, che le succede? Ci sta spaventando!”

“Signore stia indietro, la prego, ho un’arma e non ho paura di usarla.”

“Sc… Scusate, ma io…”

La trasformazione ormai era iniziata e non poteva più fermarla. Una sorta di maremmano-bassotto con denti enormi e aguzzi e due palle da biliardo viola al posto degli occhi era lì, proprio davanti a loro.

“La prego non ci faccia del male! Ho una moglie a casa, la prego!”

“Sign– ehm, bestia, se ti avvicini solo di un passo ti uccido!”

“Vi prego, non colpitemi.” Sì, parlava la lingua degli umani anche da bestia.

“Sì, ma tu non mangiarci. Abbiamo visto di cosa sei capace, con quelli come noi.”

“No, in realtà… non siete poi così saporiti; e quei peli, là, quei peli di barba sono talmente grossi che non sono riuscito a digerirli per tutta la notte!”

“Aspetta, in che senso non siamo saporiti?”

“Ma sì, nel senso che la vostra carne è un po’… come dire…secca, dura, e molto salata. Per questo mi sono fermato in riva al lago. Non ce la facevo più, ieri.”

“Sì, ok, ma carne dura e secca e salata come il glérhákarl[2] o come cosa?”

“Ma, non saprei dire; non saporita comunque.”

“Non sono d’accordo. Ora ci dovrai riassaggiare.”

“Come?”

“Aspetta, consultiamoci prima.”

“No, io sono il capo e io decido. Poi credo che tutti saremmo d’accordo: questo straniero non può permettersi di dire che non siamo saporiti. Si sarà sicuramente confuso con Adanedhel, Amdir, Bargund e Calengol[3]: quegli elfi sappiamo bene di che pasta sono fatti, suvvia.”

“Hai ragione, non possiamo accettare di essere trattati così. Mi offro volontario. Addio amici e colleghi. Vi ho voluto bene.”

“Ma non potete obbligarmi…non potete…”

E così, lui, una creatura magica, feroce e aggressiva, si ritrovò a dover mangiare per obbligo degli gnomi che lo disgustavano, con le lacrime che cadevano copiose a inumidire quella carne così secca. L’ultimo, il capo che lo teneva sotto minaccia con la balestra, fu il più difficile. La sua barba era così lunga che non riuscì a mangiar nulla per oltre una settimana.

Burp!


[1] Nanerottolo, nano in tedesco (Fonte https://it.langenscheidt.com/).

[2] Il glérhákarl (lett. “squalo vetroso”) è una varietà del hákarl, specialià islandese; piuttosto duro e di colore rossastro, il glérhákarl è ottenuto dalla ventresca (Fonte Wikipedia).w2

[3] Nomi elfici liberamente presi dal sito http://tdm-gdr.blogspot.com/.

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Capisci di aver letto un buon libro quando giri l’ultima pagina e ti senti come se avessi perso un amico. (Paul Sweeney)

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