Mente che fugge

Piedi nudi inseguivano le orme lasciate da altri. L’acqua rinfrescava la pelle, e accarezzava come trepide mani le sue gambe candide e lisce. Pensava a lui. Ai passi percorsi insieme, e alle sue di orme, ormai cancellate dalla bianca schiuma. Leggiadra, passeggiava sulla spiaggia ormai vuota. In lontananza, gli ultimi desiderosi turisti godevano ancora del tiepido sole che piano piano scompariva dietro le basse colline. Alcuni bambini inseguivano una palla lanciata in aria da un adulto. Nessuno poteva vedere. Vedere le lacrime che le rigavano il volto e l’inquietudine che la sua anima portava dentro come un segno indelebile sulla pelle. Cicatrici. Solchi lasciati su un cuore che languiva amore. Una brezza fresca iniziò a carezzarle il viso e ad asciugare quelle lacrime che cadevano sulle guance e poi più in basso, e si mescolavano con l’acqua salata del mare.

Gocce salate in un mare di sale.

Pensò che fosse meglio rientrare a casa, l’umido cadeva sulle sue spalle e nemmeno una mano per proteggerla dai primi brividi. L’estate stava andando via e con essa anche il ricordo di lui. Su quella spiaggia, una, cento, mille volte. Avevano sorriso e ballato. E ancora sorriso e ballato con i piedi che leggeri volteggiavano in aria. Come leggero era il cuore, quando, a guardare i suoi occhi meravigliosi, si riempiva di sentimenti quasi mai provati.

«Non posso stare senza di te.»

«Nessuno è unico e invincibile, lo sai.»

«Per me tu lo sei. Resta con me.»

Sempre il vento a spazzare via le parole. Parole pronunciate per caso in un momento di follia. Parole sentite, curate, coccolate dalla brezza e da quel calore che solo lui sapeva dare.

Decise che forse sarebbe stato meglio rientrare a casa; la brezza ora si faceva un po’ più frequente e il freddo iniziava a penetrare dentro la sua pelle. Si sentiva addosso l’umido del mare e il foulard che aveva con sé ormai non la riparava più di tanto. Iniziò a incamminarsi verso la strada che portava al suo appartamento. Quattro camere e un ampio salone dove amava organizzare cene con gli amici. Questo aveva pensato, quando aveva deciso di acquistare quella casa che aveva la fortuna di affacciarsi sul mare. Cene con gli amici che non erano più state organizzate; perché gli amici, quei pochi, non l’avevano creduta. Il giorno in cui lui era scomparso, erano tanti i dettagli che portavano a lei. Tutti a giudicare, pensare, dire, cose che non sapevano e non avrebbero saputo. Lei invece, sapeva che lui era scappato, sicuramente aveva un’altra, e aveva deciso di abbandonarla in punta di piedi. Così come, in punta di piedi, era entrato. Non più carezze, abbracci e sussurri. L’amore promesso era svanito, come era svanita la voglia di cercarlo. Tornerà, si era detta. Ma erano trascorsi già due mesi che di lui non si era ancora vista alcuna traccia. Gli amici. Quelli delle cene chiassose e divertenti, solo sinché lui era lì con lei. Poi più il nulla. Un salone ampio e vuoto. Un divano su cui farci l’amore ancora e ancora una volta. Ora su quel divano si accoccolava alla sera con un bicchiere di vino in mano, aspettando quel suono di campanello che mai arrivava.

Avevano detto che forse era lei che lo aveva fatto sparire. Fisicamente, un bel giorno, dopo un litigio. Uno dei tanti. Un coltello, un sacco della spazzatura e un pozzo in giardino. Lei era uscita fuori di testa dopo quelle accuse. Gli amici, quelli delle cene, non avevano più messo piede nel giardino dove forse si trovava il loro amico, non più vivo e allegro sulla sedia a sdraio mentre sorseggiava uno dei suoi drink preferiti. Sì. Perché alla fine lui era anche così, da sedia a sdraio e drink in mano. Mentre lei si arrabattava in cucina sperando che la prossima portata fosse di suo gradimento, cosa che non sempre accadeva. Dolcezza, amore. Ma anche rabbia, cattiveria e litigi. Quei litigi che a volte si facevano più pericolosi, quando iniziavano proprio lì, nel giardino bagnato dall’alcol. L’erba verde e rigogliosa, sempre maniacalmente curata e rasata da lei. Così come curato e pulito era l’appartamento; ma sempre da lei. Erba fresca da carezzare a piedi nudi, che alcune sere assorbiva le urla e i bicchieri rovesciati con il contenuto ancora fresco e colorato. Erba che sentiva ma non parlava, che vedeva ma non raccontava. A nessuno.

Già, i bicchieri di bevande sempre fresche e colorate, che ogni sera si facevano sempre più alcoliche e numerose. Una carezza dopo la cena. Poi due, tre. Alla fine il rientro dal giardino diventava sempre più difficile e confuso. A volte non vi era un ritorno. Perché si rimaneva lì a contemplare le stelle senza nemmeno la forza di parlare o la capacità di agire. Notti trascorse sotto la luna che, testimone anche lei, non si spegneva ma vegliava e comprendeva. Notti difficili, notti da dimenticare.

Ma poi arrivavano anche i momenti di tenerezza, dove il protagonista era il letto o il divano. O anche il pavimento fresco, pronto ad accogliere carni sudate e gementi piacere. Ecco, erano quelli i momenti che preferiva ricordare. Il calore del suo corpo e le parole appena sussurrate all’orecchio. Aliti di passione che si mischiavano ai cocktail lasciati per un attimo là, sul tavolo, e pronti a essere ripresi per rinfrescare il dopo. Talvolta però lo sognava disteso. Lei che lo guardava da lontano, e lui che si muoveva appena, gemendo parole incomprensibili di paura e pietà. Un cane abbaiava terrorizzato. Si dice che abbiano un’intelligenza pari a quella umana. Chissà. Ma forse era vero perché la paura fuoriusciva come la bava dai denti, e la coda dritta chiedeva spiegazioni.

Lei osservava e non si muoveva. Sentiva il battito del cuore che premeva sul petto come un martello impazzito su di una lamina di vetro.

Bum bum bum.

Incessante martellare cadenzato da respiri affannosi, quasi spezzati. Goccioline di sudore scivolavano appena sulla fronte, dove si racchiudeva un mondo di domande e dubbi.

«Perché l’hai fatto?»

«Io non ho fatto nulla!»

«Sì, sei stata tu. E ora il cane lo sa; la luna lo sa; e ti verranno a cercare.»

Poi si svegliava e pensava che in fondo era solo un brutto sogno. La mente a volte gioca e fa gli scherzi, spaventa e imbruttisce anche l’animo più nobile. Lei era conosciuta da tutti come una ragazza pacata, dolce e semplice. Lui invece, uomo d’affari, elegante e piacente. Erano considerati da tutti come la coppia perfetta. Amanti, amici. Sorridenti e complici. Ma ogni persona nasconde un lato oscuro; e lui lo aveva. Chissà quale nome aveva il suo lato segreto: Chiara, Melissa, Alessia?

Non era nemmeno sicura di volerlo sapere.

L’unica cosa che desiderava più di tutte era rientrare a casa, versarsi un bicchiere di vino rosso e farsi abbracciare dai cuscini del suo bel divano. E poi sì, forse anche un suono del campanello che l’avvisava che aveva cambiato idea e che Chiara, Melissa o Alessia erano solo immagini della sua mente sfuocata.

Raggiunse la fine della spiaggia e imboccò il marciapiede che l’avrebbe condotta alla sua casa. Si chinò appena nella panchina per togliersi dai piedi la sabbia che non aveva intenzione di mollare la presa. Dalla spiaggia si sentivano ancora urla di bambini in lontananza, mentre il sole ormai stanco di splendere tutta la giornata, si nascondeva nell’orizzonte del mare, lasciando largo ad alcune nuvole che iniziavano ad addensarsi sul cielo ormai scuro. Mise le scarpe ai piedi e camminò lungo il marciapiede. Una coppia felice camminava mano nella mano verso qualche lido un po’ chic, pieno di gente. Da lì infatti si sentiva il vociare dei clienti che iniziavano a prendere posto ai tavoli. Era già ora della cena. Dal fondo della strada un po’ buia, intravide alcune luci colorate. Continuò a percorrere la sua strada ma, man mano che si avvicinava, i bagliori si facevano più forti e fastidiosi. Alcune persone si erano raccolte attorno alle luci, che ora capiva provenire da alcune auto parcheggiate vicino alla sua casa. Continuò a camminare, ora a passi più rapidi, curiosa di capire cosa stesse succedendo nella sua strada. Alcuni operatori parlavano con alcuni vicini di casa e i giornalisti accorsi lì con le telecamere e i microfoni a immortalare ogni scena. Non capiva cosa stesse succedendo e l’istinto le disse di non continuare a camminare ma di nascondersi dietro un’auto parcheggiata lì vicino, per poter vedere meglio cosa stesse accadendo. Diede uno sguardo verso le auto con le luci colorate e attraverso i vetri vide che alcuni uomini si trovavano proprio all’interno del suo giardino. L’erba, appiattita e calpestata, non riusciva a sollevarsi per vedere e parlare. Alcuni uomini erano vicino al pozzo, lì al centro del giardino, e guardavano verso il basso. A un tratto, una grande mano scura sollevò dal fondo del pozzo una busta nera, con all’interno qualcosa di pesante, o almeno così pareva. La luna, in alto, la guardava e rideva. Il cane, passeggiava sul marciapiede con la coda eretta, fiero e gongolante.

«Eccoli, sono venuti a prenderti.»

«Ma che dici?»

«Certo! Non fingere di non ricordare. Sei stata tu!»

«Io non ho fatto un bel nulla.»

«E invece sì. E ora il cane e la luna hanno parlato. Sei finita!»

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Capisci di aver letto un buon libro quando giri l’ultima pagina e ti senti come se avessi perso un amico. (Paul Sweeney)

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