La vita in un caffè

Era in ritardo. Come ogni mattina la sveglia aveva suonato e risuonato e lui, come ogni mattina, aveva spento e rimandato di dieci minuti in dieci minuti, sino a che non aveva suonato le otto e dieci!

“Santo cielo è tardissimo!”

Doccia veloce, abiti profumati ma non ancora stirati e via di corsa sulla strada che dall’appartamento portava al suo bar preferito. Lì, l’attendeva una colazione coi fiocchi, ma soprattutto il sorriso della ragazza che la preparava. Era splendida, forse poco più giovane di lui, ma già così sicura del suo futuro: voleva fare l’attrice. E insieme sognavano film da lei interpretati e da lui solamente guardati. Il suo lavoro nello studio era molto più pratico: case, palazzi e strade. Niente stelle o cuoricini ma solo tanto cemento, al posto di immensi spazi verdi. Già il suo lavoro… e ora era in ritardo! Come sempre del resto.

Oltre la cameriera però, da qualche giorno era incuriosito da uno strano personaggio che non aveva mai visto prima o forse, data la fretta di tutte le mattine, non aveva mai notato. Accanto alla macchina del caffè sedeva un uomo non tanto anziano, forse sulla settantina, che sembrava fissarlo, ma quando lui gli sorrideva l’uomo continuava a guardare senza dire nulla. Solo quando, a voce alta, faceva i complimenti alla ragazza per l’ottimo caffè, lui sorrideva compiaciuto.

Passavano i giorni e nonostante la confidenza con Chiara, la ragazza del bar, non gli andava di chiedere chi fosse quello strano signore appollaiato vicino alla macchina del caffè. Ogni giorno la scena si ripeteva identica. Non aveva un viso antipatico o da anziano scorbutico, ma il fatto che non ricambiasse il suo sorriso non invitava tanto alla conoscenza.

Quella mattina nonostante la sveglia si fosse fermata alle otto e dieci e la pioggia avesse rallentato la sua corsa sulla grande strada, successe qualcosa che lo trattenne inchiodato al bancone del bar. L’uomo era sempre là, col suo sorriso stampato a ogni complimento che Chiara riceveva per i suoi caffè. Sembrava quasi prendersi il merito della ragazza che nonostante lavorasse là solo per racimolare un po’ di soldi, s’impegnava davvero tanto. C’era un sapore particolare dentro quelle tazze: che fosse cappuccino, latte macchiato o espresso, il gusto era paradisiaco e il sapore che ti lasciava in bocca ti riportava con la mente ai sapori lontani, di quando da piccolo la nonna ti coccolava con le migliori bontà del mondo.

Il punto forza era proprio il caffè, questa magica miscela che tanto rendeva felice l’uomo. Restò a fissarlo per ore, poi alla fine stanco di vederlo sorridere senza quasi mai parlare, si decise a presentarsi e chiedere qualcosa di più.

“Ma perché sorride sempre ai nostri complimenti, quasi avesse fatto lei il caffè? Il merito è di Chiara non crede?”

“Vedi ragazzo, non è proprio vero quello che tu dici. Ma ti capisco, perché pure io la pensavo come te sino a quando, però, qualcosa ha cambiato totalmente la mia vita e mi ha portato qui su questa sedia. Sin da ragazzo ho sempre lavorato dietro questo bancone, mi piaceva sì, ma allo stesso tempo il gesto era sempre lo stesso. Caffè? Cappuccino? Latte? Il movimento era automatico e quasi perdeva di senso. Un giorno successe qualcosa di tragico e particolare: mentre scaldavo l’acqua per fare un tè caldo, la macchina esplose, letteralmente. L’acqua calda e il caffè partirono come saette insieme ai pezzi della macchina, addosso al mio corpo. Mi ustionarono e mi provocarono ferite che impiegarono mesi a guarire, tranne una che ancora mi porto dietro. Alcuni grani di caffè bollente mi arrivarono agli occhi lacerandomi completamente la retina. Ed eccomi qui. Non sorrido o ricambio poco i sorrisi perché non li vedo. Ma una cosa la sento: l’odore del caffè!

“Dopo l’incidente non fu più possibile lavorare dietro il bancone; ci provai, insistetti perché quella era la mia vita. Ma non ci fu niente da fare. Non vedevo dove mettevo le mani, ed era un rischio troppo grande sia per me che per i miei clienti. Assunsi altre persone, e l’ultima è proprio la mia nipotina Chiara.

“Perché sorrido ai complimenti? Perché questa miscela che mi ha distrutto la vita, mi ha anche insegnato ad amarla. Non potevo più lavorare, è vero, ma niente mi vietava di sentirne l’aroma e la sua magia. Non ha mai notato? Sono io che apro le buste, io che lo macino perché solo io con i miei quattro sensi posso capire quando è il momento di macinare il caffè e come farlo. Non è più un gesto automatico ma un’arte. Il caffè è il mio pennello, i miei colori, e sono io l’artista che deve saper creare il disegno che tutti voi ammirate.

“Anche Chiara fa la sua parte, certamente; ma senza il tocco dell’artista, non ci sarebbero tutti questi complimenti. C’è voluto del tempo ma ora è parte di me: il caffè è il mio amante segreto perché mi ha fatto soffrire e mi ha fatto piangere, ma solo grazie al suo aroma e alla magia che si crea quando ognuno di voi si porta quella tazzina alla bocca, riesco ad amarlo ancora.”

La storia di quell’uomo l’aveva commosso. Che importanza diamo ai particolari della nostra vita? Incontrare un amico in un bar e ordinare un caffè è un gesto ormai quotidiano. Ma quante volte lo beviamo senza nemmeno assaporarlo?

Quest’uomo ne aveva fatto una ragione di vita solamente dopo una tragedia. Forse è proprio lì il punto, si dovrebbe godere di più dei bei momenti che la vita ci offre. Siamo talmente sopraffatti dai nostri stessi impegni che qualsiasi gesto è routine. La colazione, bere un caffè dopo pranzo o incontrarsi la sera con un amico sono gesti così semplici, ma sono momenti solo per noi. Sono i momenti in cui ognuno di noi attiva delle percezioni magiche di piacere e adrenalina che solo il caffè ti può dare.

Salutato il simpatico omino del caffè, tornò direttamente al suo appartamento senza passare allo studio. Il giorno dopo così come tutti i giorni che seguirono, iniziò a svegliarsi alle sette e trenta, con calma si faceva la doccia, e si vestiva con i suoi migliori vestiti profumati e stirati quasi dovesse andare al primo appuntamento con la donna della sua vita. E invece usciva da casa, nessuna corsa nella grande strada, ma dei respiri profondi per godere ogni istante di quella fresca mattina; arrivava al suo bar preferito e si sedeva al tavolino posto nella zona più privata del locale. Ordinava un caffè e quando arrivava, non metteva più le tre bustine di zucchero, ma prendeva la tazzina, inspirava l’aroma caldo della miscela e lo assaporava così, al naturale, con gli occhi chiusi come se fosse il miglior bacio della donna amata.

Quello era diventato il momento intimo della giornata, non più un atto dovuto per svegliarsi prima del lavoro, ma una coccola solo a sé stesso lontano da telefoni, computer e tv.

Ora il simpatico omino appollaiato vicino alla macchina del caffè sorrideva già al suo arrivo. Era riuscito a trasmettergli l’emozione di un’arte pura e semplice; di un’arte fatta di odori di sapori e non solo di contatto visivo. Ora gustare il caffè a occhi chiusi era diventato un rito e nessuno poteva distrarlo.

Tempo dopo anche lui stette là dietro al bancone. Dopo qualche mese dal racconto dell’uomo, con Chiara decisero di passare del tempo insieme, e i sogni dell’una si adattarono bene alla praticità dell’altro. Un anno dopo l’omino del caffè abbandonò per sempre la sua sedia e il suo amante profumato. Allora, si sentì in dovere di trasmettere agli altri ciò che gli era stato insegnato tempo addietro. Prese quindi lui le redini del locale e lo trasformò in un luogo per amanti del caffè. Rimodernò l’arredamento a tema, e fece tanta pubblicità. Ora la gente andava là per godere di quel momento intimo con la magica essenza. Erano banditi i telefoni e qualsiasi apparecchio elettronico; ognuno doveva depositare il proprio dispositivo nella cassettina sul tavolino, e per tutta la durata della permanenza nel locale doveva socializzare col proprio amico, col proprio collega, o solamente col vicino di tavolo. Solo i libri erano ammessi al locale. Gustare un caffè mentre si legge un buon libro, è assolutamente la miglior medicina al mondo.

Nonostante la particolarità del locale, e le titubanze iniziali per dover abbandonare il proprio cellulare per una decina di minuti, l’idea funzionò alla grande. I due si dedicarono anima e corpo a questa nuova attività e fecero in modo che la gente fosse sempre soddisfatta della loro opera. Dopo qualche anno, si sposarono ed ebbero due splendidi gemelli. Chiara aveva abbandonato il sogno di diventare un’attrice, ma lo aveva fatto senza alcun rimorso per essere riuscita mantenere vivo il ricordo dello zio, ma soprattutto per aver insegnato alle persone l’importanza di un qualsiasi momento della propria giornata. Ogni minuto speso a parlare con un amico, e a coccolarsi con un buon caffè è un minuto di serenità in più guadagnato. Luca aveva ovviamente lasciato da qualche tempo lo studio; il racconto dell’uomo l’aveva talmente colpito che aveva deciso di cambiare vita e dedicarsi di più ai bei momenti, senza perdere tempo con le cose che non gli andava più di fare. Era fiero del suo lavoro e dell’insegnamento che dava ai suoi clienti. Ogni mattina quando preparava un caffè, si sentiva come l’artista che, con pennello e colori alla mano, sta davanti alla tela in balìa delle emozioni e dell’estro creativo. Ora sì, aveva imparato una nuova arte!

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Capisci di aver letto un buon libro quando giri l’ultima pagina e ti senti come se avessi perso un amico. (Paul Sweeney)

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