Scappando s’impara

Dopo una pausa causa matrimonio della mia cara sorellina, eccomi di nuovo qui pronta a condividere con voi alcuni miei pensieri. Stavolta non sarà la recensione di un libro a tenerci compagnia, ma un mini racconto scritto qualche mese fa e presentato al concorso letterario per il trentennale della Lancia Y. Buona lettura 🙂

Scappando s’impara.

Mutande, calze, le magliette preferite e jeans. Sì! C’era proprio tutto ora in valigia. Un biglietto con la scritta “cerca di capirmi” e via fuori dal portone, per strada dove già sentiva aria di libertà.

Prese la sua macchina e al primo distributore decise di fare il pieno, così sarebbe stata più sicura. Almeno di quello. Era un periodo in cui tutte le certezze erano svanite, frantumate, esaurite. Per questo aveva deciso di scappare… Ma non era una vera e propria fuga, solo una pausa da tutto il resto del mondo. Eppure, lui non le faceva mancare nulla: mai una discussione, solo sorrisi e amore. Ma la curiosità, il sentirsi desiderata, guardata, ammirata da altri occhi, non era poi così anomalo. Troppi pensieri affollavano la sua mente, tanto da farle decidere di assentarsi per qualche giorno. Aveva bisogno di rimettere in ordine le idee e tornare con la mente libera da pensieri.

Qualche via della città e finalmente in tangenziale; non sapeva nemmeno lei dove andare; senza programmi, senza orari e con il telefono spento. Accese la radio e cominciò a cantare a squarciagola col finestrino aperto e il vento che le scivolava tra i capelli. Libertà. Aria. Finalmente.

Dopo qualche ora di guida iniziò ad essere un po’ stanca e decise di fermarsi in un autogrill. Ordinò un cheeseburger e una coca cola. Non amava questo genere di cibo ma in quel giorno si sentiva di voler cambiare e voleva partire anche da lì. Dal suo panino.

Mangiò con calma osservando i clienti che entravano e uscivano dal locale. Uomini, donne, bambini.  Tutti affamati e tutti felici. Chissà se lo erano veramente.  Uno sguardo al giornale per provare a cercare uno spunto per la sua nuova meta e poi di nuovo in macchina coi capelli al vento e la radio ad alto volume.  Quanto stava bene. Respirava a fondo e si commuoveva alle canzoni. Lei solo lei e nessun’altro. Nessun marito dolcissimo e nemmeno quell’amico così passionale da metterla in crisi.

Lei e la sua felicità.

Arrivò in un paesino di montagna. Decise di fermarsi per riposare un po’ gli occhi visto che ora era da tanto che guidava. Si parcheggiò vicino a un parco pieno di bimbi allegri che giocavano a palla e sullo scivolo. Pensò di provare a riposarsi un po’ su quella panchina e poi di partire prima che facesse buio.

Mentre osservava i bambini iniziò a pensare. Laureata, lavorava in un call center per riuscire ad andare avanti e non pesare sulle spalle del marito. Lui aveva un bello stipendio e mai le faceva pesare le sue spese. Anzi. Era la sua regina e non voleva perdesse del tempo a telefonare anziani e obbligarli a installarsi 4 giga di Internet. Le diceva sempre di stare a casa, leggere, passeggiare, guardare un film, che alle spese ci avrebbe pensato lui. Era la sua regina e tutto quello che avesse desiderato sarebbe stato esaudito.

Che dolce… splendido… magnifico…

Praticamente un sogno per tutte le donne della sua età.  Già.  Le veniva da sorridere perché, coincidenza, proprio mentre pensava a lui, un bimbo le si era avvicinato per recuperare una palla e le aveva sorriso. Se ci fosse stato anche lui avrebbero sorriso insieme e avrebbero immaginato un futuro con un loro bambino bello come quello. Anzi di più.  Che dolce. Eppure, lei era lì; perché era un periodo che si sentiva strana, vuota, insoddisfatta. Desiderosa di cambiamenti e di grandi avventure. Guardò l’orologio, il sole stava quasi per tramontare. Ancora poco più di un’ora e lui sarebbe rientrato a casa. Chissà cosa avrebbe pensato vedendo il biglietto. Sicuramente l’avrebbe chiamata spaventato e preoccupato di tutte queste ore di silenzio.

Decise di tornare alla macchina e istintivamente, per abitudine, prese il telefono in mano e lo accese.

“Dove sei?”

Un suo messaggio. Accese il motore della macchina, si osservò nello specchietto, e gli scrisse: “Sto rientrando amore mio, cucini tu?”.

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Capisci di aver letto un buon libro quando giri l’ultima pagina e ti senti come se avessi perso un amico. (Paul Sweeney)

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